sabato 4 giugno 2011

L'impero Incaico


L'IMPERO INCAICO

La vera svolta nell’evoluzione degli Incas avviene però intorno al 1420-30 quando la Confederazione di Chancas, composta da aggressivi guerrieri insediati nelle regioni tra Ayacucho e Huancavelica, attacca e si annette la zona a popolazione quechua della regione di Abancay, una sorta di stato cuscinetto, minacciando direttamente Cuzco. Nel 1438, anno considerato come quello del vero inizio dell’Impero Incaico, i Chancas iniziano l’invasione da nord del bacino del Cuzco.

L’imperatore regnante Viracocha e suo figlio Urco, erede designato, abbandonano il Cuzco e fuggono. I Chancas conquistano Andahualylas e poi si avvicinano alla capitale.

In questo frangente emerge la figura dell’altro figlio di Viracocha, Cusi Yupanqui, che organizza la resistenza e sconfigge in due scontri cruentissimi i Chancas, cacciandoli dal Cuzco e inseguendoli. Gli “orejones” (nobili privilegiati letteralmente “dalle orecchie grandi”), nonostante l’opposizione di Viracocha, nominano Cusi imperatore con il nome di Pachacutec Inca Yupanqui.

Durante il suo legno, durato 45 anni, si costruisce il Tahuantinsoyo (composto dal Collasuyo, il sud-est di Cuzco; Contisuyo, sud-ovest; Chinchasuyo il nord-ovest; Antisuyo, nord-est), ovvero l’impero Incaico, la massima espressione della cultura autoctona, autonoma e indipendente del Perù.

Pachacutec sconfigge Hatun Colla e così spalanca la penetrazione in quella che oggi è la Bolivia. Al ritorno, poi, conquista il Contisuyo (Arequipa) e di seguito la costa del Cile sino a Tarapaca, poi sconfigge gli Huancas della Sierra Centrale, i Chinchas della costa sud e successivamente gli abitanti di Pachacamac sulla costa centrale, conquistando il Chinchasuyo.

Le vittorie di Tupac Inca Yupanqui

Pachacutec nomina co-reggente il figlio Amaru, ma l’altro figlio, Tupac, già a capo dell’esercito vittorioso, conquista Chachapoyas, Cajamarca, l’Equador, alla testa di 20.000 soldati, spingendosi, sembra, sino alle isole Galapagos. Per ultimo sconfigge il Gran Chimu a Chan Chan, costringe il fratello a dimettersi e diventa imperatore per regnare 23 anni con la stessa valentia politica e militare del padre.

Col suo regno si afferma la conquista del Collasuyo.


Il regno di Huyna Capac

L’ultimo imperatore del regno unito, succede a Tupac e governa per 37 anni sino al 1525. Durante il suo regno l’impero raggiunge la sua massima espansione geografica, estendendosi per circa 5000 km da nord a sud con una popolazione valutata intorno ai 13 milioni di abitanti (alcuni dicono più di 25).

Huyna Capac doma le rivolte nel nord, in Ecuador e nel Collasuyo e si spinge sino in Colombia spostando le frontiere sul fiume Mayo. Usava risiedere lungo tempo a Quito, dove si dice che lo raggiunse la notizia che alcuni esseri bianchi e con la barba (gli spagnoli) erano apparsi da qualche parte.

Si ammalò e morì di vaiolo, malattia sconosciuta sulle Ande evidentemente trasmessagli dai bianchi, prima ancora che potesse vederli. Prima di morire fu costretto a nominare come suo successore il figlio Huascar.

Fine dell’impero

I personaggi centrali sono 3: Huascar, governatore della città di Cuzco; Atahualpa, governatore della città di Quito; Francisco Pizarro, capo della spedizione spagnola.

Tra i figli di Huyna Capac non corre buon sangue perché Atahualpa non accetta l’investitura del fratello Huascar e consigliato dai suoi generali, decide di spodestarlo militarmente.

Inizia così una sanguinosa guerra civile nel Tahuantinsuyo che termina con la sconfitta di Huascar, catturato e fatto prigioniero a Cuzco.

Mentre Atahualpa si dirige nella capitale imperiale a celebrare la vittoria, viene avvertito che gli spagnoli sono nuovamente sbarcati a Tumbes. Da Huamachuco, dove si trovava, ritorna a Cajamarca per controllare se i nuovi venuti sono uomini o dei. Convintosi facilmente della prima ipotesi si appresta a catturare gli intrusi, ma, per una fatale sottovalutazione della reale portata del nemico, viene a sua volta catturato e ucciso il 26 luglio del 1533. E’ la fine dell’Impero, di una civilizzazione, di una cultura e per certi aspetti di una intera popolazione.

venerdì 3 giugno 2011

Gli Incas: Leggenda e Storia

GLI INCAS, LA LEGGENDA E STORIA


L’origne degli Incas è misteriosa: nel mito più diffuso risale al 1.100 d.C. quando, secondo la leggenda, dalle acque del lago Titicaca uscirono i figli dei dio Sole, Manco Capac e sua moglie Mama Oclo, per civilizzare l’umanità, che viveva in condizioni barbare, con l’aiuto di una verga d’oro.

Ovunque la verga avesse fatto presa nel terreno, lì avrebbero edificato la loro città e il loro regno. Marciarono verso nord e la versa si unì al terreno a Cuzco.

La verità, o quella presunta tale poiché esistono numerose versioni sulla comparsa degli Incas, è molto più concreta e allo stesso tempo complessa.

Probabilmente si trattava di una casta sacerdotale, di origine Tiahuanaco, alle testa di una parte della popolazione di lingua quechua (in particolare dell’etnia Collas), giunta nella valle di Cuzco all’inizio del periodo degli stati regionali tardivi (circa 1.100 d.C.) prima come componente della confederazione di Cuzco, poi egemone, ma sempre limitatamente all’area del bacino di Cuzco.

Per un periodo di tempo di circa 300 anni questa situazione rimase sostanzialmente immutata e si succedettero le varie dinastie Inca, a partire da Manco Capac che regnò 40 anni e morì nel 1602. Gli successe il figlio Sinchi Roca e una dinastia cosiddetta dell’Hurin Cuzco (Cuzco basso) sino al 1321, quando un colpo di stato capeggiato da Inca Roca spostò la discendenza da Capac Yupanqui a sé stesso e al clan dell’Huanan Cuzco (Cuzco alto).

venerdì 25 marzo 2011

Il Ponte del Diavolo (1° Parte)


Il Ponte del Diavolo
Vicino a Yocalla, piccolo villaggio della provincia di Potosì, c’è un torrente dove di solito il passante si ferma, meravigliato, a contemplare un grande arco di pietra dura che fa da ponte e che nonostante la sua antichità sembra, per il suo colore bianco che il tempo non è riuscito a scurire, di recente erezione.

Gli abitanti dei paesi vicini ignorano la storia di quella costruzione curiosa ma gli indigeni, dopo qualche insistenza, la raccontano in questo modo.

Un tempo molto lontano, Hualpa (‘Gallo’), giovane tanto bizzarro quanto innamorato e intraprendente, si conquistò astutamente la volontà e l’amore di Chasca Naui (‘Occhi di Luce’), unica figlia del Curaca. I due giovani si trovarono subito d’accordo: appena calava la notte la giovane abbandonava la capanna del padre e si dirigeva verso le rocce che si trovano nelle vicinanze del ponte, dove il giovane l’aspettava al sicuro, suonando semplici e dolcissime melodie armoniose con il flauto di canna.

Una notte il Curaca, avvertito di quello che stava succedendo, sorprese gli amanti in flagrante idillio e indignato con il giovane pretendente gli rinfacciò la sua umile condizione, la sua povertà e la sua faccia tosta di pretendere addirittura la figlia di un Curaca.

Hualpa non si lasciò umiliare dalle energiche parole del vecchio che, comportandosi così severamente, capì subito di non aver agito bene perché sua figlia era follemente innamorata del giovane pretendente e del suo armonioso flauto.

Si sa che l’amore per i figli converte i feroci leoni in mansuete pecorelle, così l’arrogante Curaca andò di persona, pochi giorni dopo, in cerca di Hualpa e si accordò con lui amichevolmente e gli concesse un anno di tempo per arrivare a essere Curaca e conquistare la ricchezza.

Il giovane, con l’inesperienza dell’età e della vita e fidandosi della sua fidanzata, accettò di allontanarsi da Yocalla, credendo che fosse possibile arricchirsi e istruirsi in breve tempo. Nessuno ebbe più notizie di Hualpa durante l’anno e l’astuto vecchio realizzò così lo scopo di allontanare i pericoli provocati dalla vicinanza dell’innamorato.

Il Curaca pensò che l’assenza fa dimenticare, e progettò di far sposare Chasca Naui con il figlio di un Curaca di un paese vicino, il quale era stato educato ed era vissuto per molto tempo alla Corte dell’Inca, e questo gli dava grande importanza tra gli indios che non avevano la fortuna di conoscere il figlio del Sole e di familiarizzare con le abitudini aristocratiche degli abitanti della città reale.

L’amore di Chasca Naui era più forte di quello che il padre credeva. Benché tutto fosse pronto per il matrimonio con il figlio dell’altro Curaca, lei aspettava silenziosa che Hualpa si presentasse al momento stabilito.

Mancava soltanto un giorno alla scadenza fissata dal vecchio e Hualpa ancora non si vedeva, né si avevano sue notizie. Tutto era già pronto nel villaggio per la sontuosa festa dello sposalizio, che avrebbe avuto luogo il giorno dopo. Dalla casa dei due Curacas arrivarono ospiti e si scambiarono i doni più preziosi per festeggiare la tanto desiderata alleanza. Chasca Naui ascoltava, taceva e accettava con pazienza tutto ciò che succedeva intorno a lei, ma nel profondo della sua anima fluttuava dolce la speranza che quei preparativi sarebbero serviti per festeggiare il suo legame con colui che era assente.

Giunse finalmente la notte, dopo un giorno nuvoloso, e si scatenò una spaventosa tempesta accompagnata da grandine, che scendendo per le falde della montagna inondò le valli e i campi. La corrente trascinava lungo il letto del torrente grandi blocchi di pietra che sembravano galleggiare sulle acque come legni leggeri. Il rumore spaventoso in mezzo all’oscurità si confondeva con il fragore della tempesta che mandava bagliori tanto luminosi come se volesse squarciare la volta del cielo.

Continua...


giovedì 24 marzo 2011

Il Ponte del Diavolo (2° Parte)


Il Ponte del Diavolo


Chasca Naui ormai disperava che il suo amante potesse arrivare. Invece ecco che Hualpa giunse, in piena notte, ai margini del fiume Yocalla. Il tempo stabilito entro cui egli si doveva presentare al cospetto della sua amata, senza tardare nemmeno di un’ora, scadeva con il sorgere del nuovo giorno.

Il torrente trascinava una quantità d’acqua sempre maggiore e pretendere di attraversarlo a nuovo voleva dire gettarsi nelle braccia della morte. Aspettare che le acque scendessero sarebbe stato sottomettersi volontariamente a un supplizio. Hualpa fece alcuni passi lungo il margine del torrente nella più profonda disperazione, senza sapere quale decisione prendere. All’improvviso alzò i pugni verso il cielo e urlando imprecazioni invocò lo spirito del male. Chiamò colui che governava le tempeste, parlò a Supay, colui che tuona nelle caverne. Supay non era lontano e subito si presentò davanti al giovane, con le braccia fra le rosse pieghe del suo mantello di fuoco.

Hualpa gli espose le sue preoccupazioni e gli chiese, visto che era il potente che in quel momento sconvolgeva il cielo e la terra, di trasportarlo sull’altra riva del torrente, perché doveva presentarsi in casa della sua innamorata.

“Sciocco!” disse Supay, “se io ti toccassi con le mie mani di fuoco arriverebbe l’ultimo momento della tua vita… Ma in cambio della tua anima ti costruirò un ponte con le rocce di queste montagne prima che sorga il giorno, affinché tu possa arrivare con i tuoi piedi là dove sta la tua amata e vincere così domani mattina il rivale che si sta preparando per possederla”.

Appena si furono messi d’accordo, Hualpa sedette su una roccia vicina e lo spirito delle caverne, fra spaventosi rumori, diede inizio all’opera, trasportando e collocando le grandi pietre una sull’altra, così come sono oggi. Quando apparvere le prime luci del giorno, che annunciavano l’apparizione del dio Sole che tutto anima e vivifica, Supay aveva quasi finito, ma gli mancava una pietra grandissima che doveva completare la parte superiore del ponte.

Hualpa, impaziente di arrivare a Yocalla, non attesi di vedere l’opera finita e passò con un salto, senza fermarsi, fin dove lo aspettava la sua amata. Supay non poté fermarlo, poiché essendo uno spirito di ombre, dovette scappare dal Sole, in direzione opposta, per sfuggire al padre della luce, che sorgeva mostrando il cerchio splendente fra le vette delle montagne. Hualpa arrivò in tempo e ricco, provando che la fiducia in se stessi fa, in questa vita, meraviglie.

Una volta fra i suoi, poté vantarsi di aver fatto costruire un ponte a Supay nel mezzo della notte. Il Curaca gli consegnò la bellissima Chasca Naui, e il loro sposalizio si festeggiò con un grandioso ballo e un corteo fino al magnifico ponte di cui tutti hanno continuato a servirsi per attraversare il fiume. E nessuno si è mai azzardato, fin ad oggi, a mettere nel grande arco la pietra mancante, perché questo significherebbe completare l’opera di Supay e renderlo così creditore dell’anima di Hualpa, danneggiando il fortunato innamorato, che fece in vita la buona azione di far costruire un ponte tanto indispensabile.

Alcuni dicono che, quando Hualpa morì, Supay voleva appropriarsi della sua anima e portarla con sé nelle caverne, ma poiché la costruzione del ponte non era stata conclusa, il Dio giustiziere protesse l’indio dallo spirito del male e Supay dovette rassegnarsi a perderlo; e l’anima di Hualpa rimase fra gli spiriti buoni e invisibili che si muovo intorno a noi facendo del bene.


mercoledì 23 marzo 2011

L'origine della Pioggia



L'origine della Pioggia


Alla corte di Cuzco si dava grande spazio ai filosofi, i quali erano chiamati Amautas. Questi erano i depositari della saggezza e delle conoscenze tratte dagli antichi miti e dalle antiche concezioni religiose. Erano anche coloro che avevano il compito di trasmettere la storia alle popolazioni delle terre confinanti con l’impero Inca.

C’erano anche, come a Roma e in Grecia, dei cantastorie che componevano strie in versi per essere rappresentate dinanzi ai re o semplicemente per essere raccontate e applaudite dal popolo. Questi poeti erano chiamati Harabecus, parola che significa propriamente inventare e, come gli Amautas, non possedendo l’arte di scrivere per rendere incancellabili le storie, le trasmettevano ai posteri come tradizione orale e si aiutavano con l’ingegnoso mezzo dei nodi colorati in diverso modo. I cordoni e la difficile interpretazione dei nodi erano affidati a persone chiamate Quipucamayus (contatori di nodi) i quali svolgevano anche l’incarico di segretari e di esattori delle imposte o tributi. Da questi archivi è tratta la seguente leggenda a proposito dell’origine della pioggia.

Pachacamac e Viracocha, divinità superiori, posero nell’alto dei cieli Nusta, fanciulla regale, e le diedero un’anfora piena di acqua per versarla sulla terra ogni volta che ce ne fosse bisogno. Quando la pioggia che cade dal cielo arriva dolcemente, senza tuoni né lampi, Nusta sta versando dall’anfora senza che nessuno la disturbi. Ma quando la tormente si manifesta con frastuono e il temporale si scatena in mezzo a lampi e fulmini allora la povera fanciulla è maltrattata da suo fratello, un ragazzo irrequieto e robusto che si diverte a far piangere la gentile sorella.

Grandine, neve e pioggia sono create dalla fanciulla, perché la soavità e la morbidezza sono proprie di creature come la donna.

Frastuono, fulmini e tempeste violente sono opera del fratello, perché le asprezze e le indelicatezze sono caratteristiche dell’uomo.

Questa leggenda fu anche composta in versi quichuas dagli Harabecus e trascritta nei nodi dei Quipucamayus.

Noi la presentiamo nella versione italiana:


Bellissima fanciulla

quel tuo fratello

sta rompendo

la tua anfora

perciò a volte

i tuoni brontolano, cadono i fulmini.

Tu, regale creatura

devi inviare al piano

le tranquille acque,

grandine e neve.

Il Creatore del mondo

l’amato Viracocha

per quel compito

ti mise nell’alto dei cieli.

E una bellissima anfora

e un’anima ti ha dato.


giovedì 17 marzo 2011

L'Amante del Condor (1° Parte)


L'Amante del Condor
di Josè Maria Arguedas

(1° Parte)


Era una giovane di bellissimo aspetto, i cui genitori vivevano ancora. Un giorno la mandarono a custodire il bestiame e da allora in poi questo fu il suo compito. Una mattina, mentre stava custodendo il bestiame, le si avvicinò un signore. Era un cavaliere vestito molto elegantemente: i suoi pantaloni gli davano un aspetto magico e virile, erano grandi e gli proteggevano le gambe, come usano i mandriani della pampa. Portava al collo una collana d’oro e aveva in testa un bellissimo ‘chulo’.

Il galante viaggiatore disse alla giovane: “Sii la mia amante”.

“Va bene”, rispose la ragazza.

Con queste parole accordarono il loro amore.

Da allora, per molti giorni, il giovane andava a prenderla allo stesso posto. Ma lei non disse nulla né a suo padre né a sua madre delle visite che le faceva lo sconosciuto cavaliere. Teneva questa storia soltanto per il suo cuore. E così, senza che nessuno sapesse, rimase incinta.

L’uomo vestito da viandante era il Condor, che aveva preso le sembianze di un elegante signore per conquistare la bellissima giovane. Lei, trovandosi in questa grave situazione, gli disse:”Aspetto un figlio da te, ora dobbiamo andare alla tua casa o alla mia. Io non posso dire ai miei genitori la mia condizione di partoriente né posso presentarti a loro, poiché ho vissuto con te senza il loro consenso”.

Sentendo queste parole il cavaliere rispose: “Andremo a casa mia. Domani ti porterò là. Adesso torna a casa tua. Domattina porta con te la tua roba senza che i tuoi genitori lo vengano a sapere. Verrai, come tutti i giorni, a pascolare il bestiame”.

“Bene”, disse la ragazza e partì scendendo la montagna verso la sua casa. Stava calando la sera. Il mattino seguente, al sorgere del sole, silenziosamente, prese tutte le sue cose e, di nascosto da suo padre e da sua madre, portò il bestiame verso la montagna dove la aspettava il suo amante.

Così, con tutti i suoi oggetti personali, aspettò sulla cima. Il Condor si fece attendere fino a mezzogiorno. A quell’ora apparve con il suo aspetto da cavaliere e domandò alla ragazza:”Sei già arrivata? Ti sei ricordata di portare tutte le tue cose?”.

“Si, sono qui e ho portato ciò che avevo”.

Allora decisero di partire.

“Manda giù il bestiame verso casa, i tuoi genitori vedranno le bestie e le raduneranno. Và, svelta! Fa quello che ti ho detto e torna subito”, ordinò il Condor.

La giovane obbedì, corse verso il bestiame e lo portò fino alle falde della montagna, vicino alla casa paterna; spaventò le bestie e ritornò di corsa. Appena giunta il Condor le disse: “Adesso ti porto con me”.


Continua...