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giovedì 17 marzo 2011

L'Amante del Condor (1° Parte)


L'Amante del Condor
di Josè Maria Arguedas

(1° Parte)


Era una giovane di bellissimo aspetto, i cui genitori vivevano ancora. Un giorno la mandarono a custodire il bestiame e da allora in poi questo fu il suo compito. Una mattina, mentre stava custodendo il bestiame, le si avvicinò un signore. Era un cavaliere vestito molto elegantemente: i suoi pantaloni gli davano un aspetto magico e virile, erano grandi e gli proteggevano le gambe, come usano i mandriani della pampa. Portava al collo una collana d’oro e aveva in testa un bellissimo ‘chulo’.

Il galante viaggiatore disse alla giovane: “Sii la mia amante”.

“Va bene”, rispose la ragazza.

Con queste parole accordarono il loro amore.

Da allora, per molti giorni, il giovane andava a prenderla allo stesso posto. Ma lei non disse nulla né a suo padre né a sua madre delle visite che le faceva lo sconosciuto cavaliere. Teneva questa storia soltanto per il suo cuore. E così, senza che nessuno sapesse, rimase incinta.

L’uomo vestito da viandante era il Condor, che aveva preso le sembianze di un elegante signore per conquistare la bellissima giovane. Lei, trovandosi in questa grave situazione, gli disse:”Aspetto un figlio da te, ora dobbiamo andare alla tua casa o alla mia. Io non posso dire ai miei genitori la mia condizione di partoriente né posso presentarti a loro, poiché ho vissuto con te senza il loro consenso”.

Sentendo queste parole il cavaliere rispose: “Andremo a casa mia. Domani ti porterò là. Adesso torna a casa tua. Domattina porta con te la tua roba senza che i tuoi genitori lo vengano a sapere. Verrai, come tutti i giorni, a pascolare il bestiame”.

“Bene”, disse la ragazza e partì scendendo la montagna verso la sua casa. Stava calando la sera. Il mattino seguente, al sorgere del sole, silenziosamente, prese tutte le sue cose e, di nascosto da suo padre e da sua madre, portò il bestiame verso la montagna dove la aspettava il suo amante.

Così, con tutti i suoi oggetti personali, aspettò sulla cima. Il Condor si fece attendere fino a mezzogiorno. A quell’ora apparve con il suo aspetto da cavaliere e domandò alla ragazza:”Sei già arrivata? Ti sei ricordata di portare tutte le tue cose?”.

“Si, sono qui e ho portato ciò che avevo”.

Allora decisero di partire.

“Manda giù il bestiame verso casa, i tuoi genitori vedranno le bestie e le raduneranno. Và, svelta! Fa quello che ti ho detto e torna subito”, ordinò il Condor.

La giovane obbedì, corse verso il bestiame e lo portò fino alle falde della montagna, vicino alla casa paterna; spaventò le bestie e ritornò di corsa. Appena giunta il Condor le disse: “Adesso ti porto con me”.


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mercoledì 16 marzo 2011

L'Amante del Condor (2° Parte)


L'Amante del Condor
di Josè Maria Arguedas

(2° Parte)


La condusse in cima alle rocce più alte e la avvertì:”Non aprire gli occhi, chiudili e tienili stretti, perché se li apri dovrò lasciarti”.

Così, stringendo gli occhi, la ragazza si incollò alle spalle del suo amante. Allora il Condor spiccò il volo. Lei non vedeva niente, sentiva soltanto il vento galoppare sopra ali gigantesche. Non sentiva nulla che potesse farle pensare che si muoveva. Erano già saliti molto in alto: adesso percepiva un soave dondolio come se il suo amante fluttuasse nel sogno.

Volavano e volavano per cieli immensi. Al calare della sera arrivarono in cima a uno spaventoso abisso di roccia. Quello era il rifugio del Condor. Quando l’amante fece calare a terra la sua donna, lei aprì gli occhi e si trovò in una grotta solitaria: guardò verso l’alto e vide che la cima era lontana, sopra un precipizio di granito, guardò il fondo del burrone e vide che era un abisso scuro, una spaccatura nera e silenziosa, carica di orrore.

Trovandosi lì, sola, sulla soglia della grotta, piangendo disse:”Cosa ho fatto? Cosa sono venuta a fare?”.

Tutta la grotta era disseminata di pezzi di carne e di ossa scarnite. Lì dormirono.

Il mattino seguente dopo il Condor le disse:”Aspettami seduta qui”.

Spiccò il volo e se ne andò. Abbandonata, nel grande silenzio della grotta, lei pianse sconsolatamente. Non aveva né di che cucinare né di che mangiare e dovette rimanere lì seduta ad aspettare.

“Che sarò di me? Se lo avessi saputo non sarei mai venuta!”, diceva. Molto tardi, all’imbrunire del giorno, arrivò il Condor portando la carne che lei dovette cucinare.

Vicino alla grotta c’era una piccola sorgente d’acqua da cui scendeva un getto limpido che formava nella roccia una chiara fontana. Da lì prendeva l’acqua l’amante del Condor. E così tutti i giorni passavano uguali. Il Condor era solito andare via e molte volte ritornava tre o quattro giorni dopo, portando con sé carne putrefatta di animali morti ormai da giorni.

La giovane passava il suo tempo piangendo, finché un giorno partorì. Lavava i panni del bambino nella piccola fontana, ai piedi del getto cristallino. Cucinava la carne che portava il Condor e alcuni giorni non aveva nemmeno i resti degli animali che consumava il suo amante. Nel frattempo anche i genitori della ragazza piangevano lacrime di dolore:”Che sarà successo a nostra figlia? Dove, dove sarà andata?”, dicevano.

Nessuno sapeva che quel viandante, il Condor, l’aveva rapita.

“La terra se l’è inghiottita o forse qualcuno se l’è portata via”, si lamentavano i genitori piangendo.


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martedì 15 marzo 2011

L'Amante del Condor (3° Parte)


L'Amante del Condor
di Josè Maria Arguedas

(3° Parte)


Finché un giorno, mentre la madre stava piangendo dietro l’orto della sua casa, apparve il Colibrì, che iniziò a svolazzare intorno alla sua testa.

“La figlia di chi, di chi sta piangendo sulle rocce? La figlia di chi sta piangendo sulle rocce?”.

Il Colibrì così cantava; volava e ritornava. Allora la donna gli rispose:”Colibrì, nessuno sa come e quanto sto piangendo e soffrendo per mia figlia e tu arrivi con queste storie”.

Alzò una pietra e la scagliò contro il Colibrì spezzandogli una zampa. Ferito, il Colibrì se ne andò volando sopra le capanne. Così sempre rattristata e piangendo, la madre aspettava sua figlia.

“La figlia di chi, di chi sta piangendo sulle rocce? La figlia di chi sta piangendo sulle rocce?”.

Allora la donna pensò:”Forse sa dove si trova mia figlia” e ad altra voce gli domandò:

“Colibrì, Colibrì di verde smeraldo, forse tu sai in quale posto si trova mia figlia?”.

Il Colibrì rispose:

“Certo che lo so deve si trova tua figlia; se non mi avessi rotto la zampa… Ma se mi curi con ‘chancaca’ e mi regali dei dolci , ti racconterò”.

“Ti darò ciò che chiedi, ti darò ‘chancaca’ per curare la tua zampa rotta”.

La donna comperò ‘chancaca’ e alcuni giorni dolci e li mise sopra una pietra. Il Colibrì di verde smeraldo volò sulla pietra, mangiò i dolci, si medicò la zampa con la ‘chancaca’ e la avvolse con una fascia. Poi disse:”Tua figlia sta piangendo sulle altre rocce, sopra un precipizio”.

“Portamela, Colibrì, portala fino qua”, pregò la donna.

“Se mi dai ancora dei dolci io la caricherò e te la porterò domani”, le rispose il Colibrì.

“Si, Colibrì, ti darò molto miele, fino a saziarti”, gli rispose la donna.

“Molto bene, andrò ora stesso”. E così dicendo spiccò il volo dal tetto. Volò fino alla grande grotta e aspettò che il Condor se ne fosse andato. Il Condor partì e la sua ombra nera si perse nello spazio del cielo. Quando fu scomparsa, il Colibrì volò verso la ragazza cantando:

“La madre di chi, il padre di chi stanno piangendo nella loro casa desolata?”.

E volava via e ritornava.

“La madre di chi, il padre di chi piangerà? Colibrì, salva mia figlia, ti prego”.

“Se tu lo vorrai, se tu lo vorrai Io Colibrì che volo, che volo, Ti caricherò, ti porterò”.

E volava, facendo dei giro sopra l’abisso, vicino alla grotta.

Allora la ragazza gli parlò: “Colibrì di verde smeraldo, salvami! Non saresti capace di portarmi fino a casa dei miei genitori?”.

“Si, io ti salverò. Dovrò caricare te e tuo figlio. Svelta, preparati subito”.

La giovane amante fece un piccolo fagotto con le sue cose e montò in groppa con il figlio in braccio. Il Colibrì si levò in volo portando la ragazza e il bambino. Arrivò a casa dei genitori e cantò sopra i tetti:

“Colibrì che volo, che volo, Sto arrivando con tua figlia”.

“Colibrì di verde smeraldo, grande Colibrì! Hai riportato nostra figlia!”, dissero i genitori e gli diedero il miele e i dolci.

“Nascondete vostra figlia, presto verrà vostro genero. Non permettete che la veda, rinchiudetela insieme a suo figlio”, ordinò il Colibrì. “domani ritornerò prima che arrivi li Condor. Verrò a portarvi delle notizie”.

“Faremo ciò che ci comandi”, dissero i genitori.

Nascosero la figlia e le chiesero di raccontare loro come e dove aveva vissuto, e con chi era stata, come e in che modo aveva avuto suo figlio. Lei confessò tutto: “Un signore mi ingannò e mi portò nella sua casa, lì mi tenne prigioniera e li ho dato alla luce mio figlio. Fu il Condor che prendendo le sembianze di un cavaliere mi sedusse e mi portò fino alla sua grotta. Lui è il padre di mio figlio”.


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lunedì 14 marzo 2011

L'Amante del Condor (4° Parte)


L'Amante del Condor
di Josè Maria Arguedas

(4° Parte)


Nel frattempo il Colibrì era voltato di nuovo fino alla grotta del Condor. Cercò la Rana che abitava nella fonte cristallina della roccia e le disse:”Quando arriverà il grande Condor, tu ti trasformerai in una donna e sulla riva della fonte fari finta di lavare i panni di tuo figlio”.

“Bene”, disse la Rana. Accettò l’incarico e allora il Colibrì continuò a darle delle istruzioni.

“Appena arriva lui ti chiederà ‘che fai lì?’ e tu gli risponderai ‘sto lavando’, allora lui ti dirà ‘svelta, svelta!’. E quando ti chiederà ‘hai finito di lavare?ì tu gli risponderai ‘ancora no, purtroppo’. E quando ti dirà ‘vieni subito, vieni di corsa’ tu ti immergerai nell’acqua, ti nasconderai e non uscirai di lì”.

Detto questo il Colibrì saltò sulla roccia e la Rana si trasformò in donna. La donna cominciò a lavare, mentre il Condor stava tornando. Il Colibrì vigilava sulla rupe, nascosto in un buco nella roccia. La Rana sembrava molto indaffarata a lavare. Il Condor si posò vicino alla fonte.

“Che cosa stai facendo?” domandò.

“Sto lavando, mio signore” rispose.

“Sbrigati, sbrigati” disse il Condor.

“Si”, rispose la donna.

Il Condor si diresse al suo rifugio ed entrò nella grotta. Controllò tutti gli angoli e non trovò suo figlio. Allora pensò: “Dove avrà portato il bambino?”.

Uscì e chiese ad alta voce alla sua donna:

“Dov’è il bambino?”.

“Deve essere li”, gli rispose.

“Sbrigati, sbrigati! Ho portato la carne, vieni a cucinarla”.

“Ora vengo” , rispose la donna.

“Ora, ora” urlò il Condor con tutta la sua voce allungando il collo per vederla.

“Ora, ora”, tornò a gridare.

“Ho appena iniziato a lavare”, gli rispose la donna.

Il Condor spiccò un salto in aria e gridò:

“Ti darò un calcio”.

La Rana si immerse in acqua e il suo corpo fece un tonfo nella limpida fontana. Non rimasero sulla riva né panni né vestiti, ma solo una piccola pietra per lavare. Gli occhi del Condor, che prima avevano visto la donna, immobili, guardavano la fontana.

“Ora ritornerà, ora ritornerà” diceva. Ma niente apparve sulla superficie dell’acqua. Il Colibrì osservava attentamente il Condor dal suo nascondiglio. Al vederlo perplesso e confuso cantò:

“Jajaulla! Io sono il Colibrì che vola. Che sciocco, che sciocco sei stato! Jajaulla! Io sono il Colibrì che vola. La tua donna è già a casa sua, è al suo paese. Ajauiaulla! Jajaulla!”.

Il Condor rispose infuriato: “Tu l’hai portata via, tu hai rapito la mia donna. Ora vengo, vengo. Vengo per inghiottirti tutto intero, vengo a mangiarti”.

“Jajay! Quale Colibrì potrebbe caricare una donna!”.

Così cantando il Colibrì sparì nell’aria. Il Condor volò dietro di lui, lo inseguì, cercò di infilzarlo, girò, rigirò, ma non ci riuscì. Allora, non potendo raggiungerlo, volò verso la casa della sua donna.


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domenica 13 marzo 2011

L'Amante del Condor (5° Parte)


L'Amante del Condor
di Josè Maria Arguedas

(5° Parte)

Arrivò alla porta travestito da cavaliere belle ed elegante. Una collana d’oro gli cingeva il collo, le sue zampe squamose e sporche erano coperte da calze brillanti. Entrò in casa dicendo:

“Mio signore, mia signora, vi chiedo di entrare. Se vostra figlia è tornata restituitemela, che è mia”.

“No signore, nessuno è venuto qui, nessuno è arrivato alla nostra casa” gli rispose la madre.

Allora il Condor se ne andò, arrabbiato e offeso.

Il giorno seguente ritornò alla casa della madre il piccolo Colibrì.

“Sara difficile salvare tua figlia” disse alla madre. “Tuo generò tornerà ancora domani. Ma domani tu fari bollire dell’acqua e riempirai con questa una tinozza, fino all’orlo. Quando tuo genero arriverà e passerà la soglia, tu avrai già coperto la tinozza con un panno. Ed ora regalami un peperoncino. Ritornerò”. Ricevette il peperoncino e se ne andò via.

Il Condor cercava nel cielo il Colibrì. Intanto il grazioso uccellino volava verso la grotta del Condor portando il peperoncino.

Si incontrarono lungo il cammino e il Condor gli gridò: “Adesso sì che ti mangerò”.

Inseguì il Colibrì facendogli dei giri attorno per acchiapparlo; arrivarono così in cima alle rocce, sui grandi precipizi. Il Colibrì si introdusse in un piccolo foro della rupe, un buco piccolissimo. Il Condor affondò il becco il più profondamente possibile:

“Ti farò uscire!”, diceva. Ma non lo raggiunse.

“Esci Colibrì, esci subito!”, gli urlava da fuori.

“Subito, subito, mio grande signore. Aspetta un istante, devo finire di mettermi i calzini”, gli rispose il Colibrì.

Il Condor aspettava con il becco semiaperto, pronto a inghiottire il boccone. Il Colibrì gli parlò da suo nascondiglio:”Adesso, adesso sto per uscire, apri il becco e anche l’ano, tutte e due le cose, grande signore”.

Il Condor aprì di più il becco e con la bocca spalancata aspettava. Il Colibrì uscì in fretta, si introdusse nella bocca del Condor e , scivolando per il gozzo, uscì dall’ano. E volò velocemente perdendosi nel cielo. Il Condor rimase sbalordito.

“Avrei dovuto morderlo, com’è possibile che mi sia sfuggito così in un colpo?” si lamentava. Riprese il volo inseguendo di nuovo il Colibrì. “Devo mangiarlo”, diceva. E cercando nel cielo più alto, lo raggiunse.

“Così sei arrivato fin quassù. Adesso si che non hai via di scampo, adesso ti mangio”.

“Certo, certo, chi ti dice niente! Mi dovrai mangiare” rispose il Colibrì, che continuava a volare e a scappare. Così lo portò sulle rocce più alte e di nuovo si introdusse in un piccolo buco nella roccia.

“Dove ti sei cacciato? Esci, che comunque ti mangerò!” gridava il Condor.

“Adesso, adesso, mio grande signore. Io non mi oppongo, aspettami un istante”. Intanto tagliò un po’ di peperoncino per assaporarlo.

“Ora, ora, presto!”, gridava il Condor e guardava attentamente all’interno del foro.

“Ahi mammina.. ahi babbino!” si lamentava il Colibrì e intanto macinava affannosamente e diceva al Condor:”Posso scappare, guarda bene che posso scappare. Apri bene gli occhi, mio signore, aprili molto e guardami bene, non smettere di guardarmi”.

Il Condor aprì gli occhi e con le pupille dilatata scrutava nel buco. In quell’istante il Colibrì gli gettò violentemente il peperoncino macinato negli occhi. Chiusi in questo modo gli occhi del Condor, si diresse volando alla casa della giovane amante. Intanto il Condor si rigirava nell’aria, strofinandosi gli occhi e rimanendo impotente per parecchio.


Continua...